Le basi della relazione fra i genitori ed i figli cominciano ad istaurarsi già prima della nascita del bambino e si evidenziano nelle fantasie e nelle aspettative dei genitori, durante la gravidanza, sulle possibili caratteristiche del nascituro; si crea così l’immagine di un bambino ideale che ben di rado corrisponde e si adatta al figlio reale. Il senso di delusione e di smarrimento che ciò comporta viene vissuto con un senso di colpa e orrore, ci si sente inadeguati e cattivi e si ha quasi paura di esprimere all’esterno tali sentimenti. In realtà, tutti i genitori devono costantemente elaborare dentro di sé il divario esistente fra realtà ed illusione, e tanto più riescono ad accettare le proprie emozioni, tanto più il bambino avrà la possibilità di crescere sviluppando una identità sana ed autentica. Può capitare, in alcuni casi, che il bambino sia costretto a plasmare la propria identità sull’ideale costruito dai genitori, per una rigidità di quest’ultimi o per una loro lontananza affettiva; pur di essere amato allora il bambino cerca di adattarsi all’immagine dei genitori, rinunciando alle proprie spinte pulsionali e sviluppando quello che lo psicoanalista D. W. Winnicott definisce un Falso Sé basato sulla compiacenza. Ecco che si può così arrivare a quelle situazioni, psicologicamente negative, in cui il figlio si adatta a praticare lo sport o ad avvicinarsi allo strumento musicale scelti dai genitori.
La strategia che può avvicinare genitori e figli in una relazione costruttiva e profonda è la capacità di giocare: attraverso il gioco il bambino impara a conoscere il mondo da un punto di vista cognitivo, ed ha la possibilità di esprimere le proprie emozioni tenendo sotto controllo le conseguenze negative. Si possono esternare rabbia e paura senza venirne travolti, in una comunicazione simbolica che trascende la realtà e la sublima, favorendo il rapporto con l’altro. Oggi viene dato sempre meno spazio al gioco perché sembra prevalere una immagine di bambino adultizzato serio e composto che deve rimanere ancorato ad un mondo razionale e scientifico. Pensiamo al bambino televisivo che canta o balla per soddisfare il narcisismo di genitori e telespettatori. Non stupisce allora l’aumento di atti di violenza e bullismo da parte di bambini e ragazzi a cui vene negata la possibilità di pensare, trasformare ed accettare la propria rabbia attraverso modalità socialmente adeguate.
L‘adolescenza poi riapre le ferite, le delusioni, le incomprensioni dell’infanzia, il divario fra il figlio reale e quello immaginario diviene sempre più forte ed evidente, e la possibilità di un dialogo fra genitori e figli deriva in linea diretta, da ciò che si è costruito in precedenza, dall’esistenza di un legame profondo, o al contrario da un senso di opposizione e estraneità causato da un senso si solitudine e di vuoto esistenziale.
L’età adolescenziale poi, è la porta verso il mondo adulto, ed è per questo che in tale fase i genitori devono sempre più accettare il figlio reale con le sue risorse ed i suoi limiti, per sostenerlo, educarlo e porre le basi per un futuro sano e sereno.