Prof. Francesco Eugenio Negro - L'uomo Trino
L'uomo Trino
Prof. Francesco Eugenio Negro
medico, omeopata, scrittore
Fondazione Negro - Roma
Ragione ed artefice della medicina è l’uomo. Il medico, deputato alla pratica del rapporto con l”altro” da sé, che si origina nel sé, cura e si prende cura, con la propria arte, di un altro uomo. La “grammatica-tecnica” è evento successivo.
Per capire l”altro”, si deve prima comprendere se stessi. Il medico deve investigarsi chiedendosi, chi sono, chi sei, chi siamo? La domanda, figlia del linguaggio, ha implicito il dialogo, forma che Platone sceglie come possibilità di parlare con sé e con l”altro”. Il duale delle declinazioni è conferma di come il dialogo fosse proprio della cultura greca, che insieme a quella cristiana, costituiscono le nostre fondamenta. I tre interrogativi iniziali hanno ancora senso in un mondo dove si coniuga troppo spesso l”avere” e “l’essere” ha perso valore?
Le caratteristiche dell' ominità sono la memoria, il linguaggio ed il gusto del bello. L”essere” è composto di "misura-non misura", unito al "ci", l'ambiente in cui si vive . Linguaggio, memoria e gusto del bello, quindi, riportano all’uomo ed al suo uno di corpo, mente e spirito. "Misura-non misura" non sono una dicotomia, bensì, sintesi. “Misura” è riferimento alla scienza, che deve, per definizione, circoscrivere ogni evento. “Non misura” è l’incommensurabile dell’uomo, espresso nella sua individualità.
La neurofisiologia della struttura elementare sinaptica, conferma l’individualità. Nelle connessioni sinaptiche corticali, identiche per tutti nella funzione, si ritrovano oltre agli aspetti genetici individuali, quelli conseguenti ad esperienze individuali oppure legati alla casualità. Quindi, diversità soggettive della plasticità delle strutture sinaptiche, dove si materializza l’immaterialità della mente. La complessità della specie porta, così, a continui apprendimenti legati alla produzione casuale di varianti ed alla selezione non casuale. L'aumento della complessità fa aumentare la libertà di scelta. A questo si aggiunge l'interazione con l’ambiente, il "ci" che si aggiunge all”essere", l”esserci”. L'individuazione porta, però, alla crescente alterità del mondo ed alla progressiva solitudine del sé" . E’ questa la ragione che spinge a cercare una ricomposizione nel rapporto con l"'altro", pur conservando la propria individualità? Epigenesi ed apprendimento confermano l'individuazione.
La mente è stata spesso raffrontata, con costruzione artificiosa, ad un computer. Che senso ha una mente elaborata da informazioni, contrapposta ad un elaboratore di significati? La mente, predefiniti i propri interessi dalla realtà, si procura, informazioni con i sensi, che poi modifica in sensazioni. Non c'è odore di rose in Natura. Siamo noi a percepirlo come sensazione positiva. Mente computazionale, misurabile, raffrontabile ad una macchina e mente fenomenologica, individuale, fatta di ricordi, sensazioni, ed emozioni, coesistono in una relazione inscindibile. Ridurre una lacrima alla costrizione del canale lacrimale, restringe il significato del fenomeno. Cogito, co-agito, dice esplicitamente Cartesio nelle Meditazioni scientifiche, è insieme pensare, sentire, giudicare, immaginare, amare e odiare" . E’ recupero delle sensazione complessa, che i greci avevano prima di Socrate, per l'opera d'arte. Meraviglia, stupore, contemplazione, che pur avendo implicita la misura del giudizio, tuttavia inespressa, permetteva una non definizione capace di definire.
Per Omero σώμα è il corpo del morto, la πσυχή la sua l’anima. Quest’ultima non sarebbe potuta esistere senza un σώπσ caratterizzato, quando era vivente, da particolari e singolarità che umanizzano. “Il piè veloce” di Achille vivente, il senso di essere Achille. L’uomo, oggi è parola che si solidifica e si misura. Il corpo che la medicina esamina è σώμα, rispettato come corpo vivente o letto con l’etimo greco di corpo morto? Nella scienza medica che “misura” è assente lo studio della mente e dello spirito, appartenenti alla “non misura”. L’aspetto pensante dell’uomo, si identifica con la struttura materica, il cervello. Privato della triplice complessità di corpo, mente e spirito l’uomo, è ridotto ad oggetto di natura, animale da esperimento sul quale lavora la statistica. Da soggetto intenzionale, si trasforma in oggetto. Il significato del rapporto con la malattia, assume valore solo per chi la subisce. Dall’altruismo del sé, all’egotismo del solo mio essere.
La scienza medica, positiva, si attiene ai fatti. Ma l’uomo, corpo vivente, coniuga l’esperienza dell’esistenza ed il suo senso, aggiungendo al fenomeno, il proprio esserci. Una lacrima è il fatto. Perché piango è la conseguenza del mio esistere, la mia sofferenza.
L’automatismo del corpo, la sua non percezione, unita ad un’accettazione non narcisistica del sé, definiscono la salute. E’ il silenzio degli organi , è qualcosa che si sottrae. Quando il rapporto con l’intorno a me si modifica, perduto l’automatismo, non guardo più fuori, l’esistenza si arretra fino al nascondimento in sé, entrando nella malattia. L’orizzonte del mondo si riduce, vedo solo “me” corpo. Mi osservo dentro.
Scienza medica e medicina scientifica. Il solo uso della grammatica medica, lascia chi soffre solo con la propria malattia. La cura? Perduto il rapporto con l”altro” la parola si trasforma in sostanza-farmaco, cui si attribuiscono poteri totali. “Le scelte del medico appaiono fortemente condizionate dal diktat dell’industria chimico-farmaceutica ed egli è sempre meno in grado di comunicare davvero al paziente ciò che avrebbe un senso, la volontà di assumersi le proprie responsabilità di fronte a sé stesso ed alla vita in genere ”. Il farmaco cura il corpo. Materia che cura materia. La mente e lo spirito non sono considerati.
La tecnica porta il malato in qualcosa di sconosciuto. Il nome di una malattia, sostituito al proprio, spesso è perdita di riconoscimento, di solitudine. Il nuovo nome, generato dall’osservazione di un estraneo, è diverso dal proprio, scelto come conseguenza di un atto d’amore. Il nuovo nome, vede il sofferente che assiste al proprio battesimo, senza poter lottare contro la nuova attribuzione. Lui è, ormai, un altro, inserito in una categoria. Sottrazione di libertà? Per i greci, il nome era assicurazione di immortalità nel viaggio verso l’eternità.
La scienza elimina l’esperienza personale del corpo, privilegiando organi e funzioni, considerati fine a se stessi. Il corpo fisico, eliminata la persona, si riduce a cosa. Qual è la verità? Io che vivo con i miei sentimenti, le mie sensazioni, il mio linguaggio o la biologia che descrive i miei organi? Piani diversi che si devono ricomporre per ritrovare “l’essere”.
Quanto si è detto non vuole escludere la diagnosi ed il progresso in medicina, piuttosto farle riacquistare dignità, ridimensionando la categorizzazione dell’inserimento di un uomo in una malattia. Il medico, per sottrarre il malato a questa solitudine, deve farsi diverso, affiancando alla tecnica, l’efficacia di un abbraccio ideale. Rafforzamento terapeutico, che deve specificare come la nuova denominazione, nata dall’esigenza della diagnosi, non possa sostituire la singolarità del nome iniziale di appartenenza. La malattia, così, si trasforma in malato ed il medico, da tecnico, si fa ascoltatore e comprensore. L’abbraccio ideale è fatto di parole, di tolleranza e di reciprocità, troppo spesso dimenticata. Medico e malato si fondono. Chiedere e dare, in un contemporaneo riceversi. Qualcosa di non esterno, ma parte di un romanzo, scritto, almeno a quattro mani, che è l’esistere del rapporto medico-paziente. Senso di un incontro, finalizzato alla felicità, che poi è l’armonia della vita. L’uomo come fine e non come mezzo. L’utopia kantiana è superata, ormai, dal pensiero hegeliano. La scienza, come filosofia dominante, ha vinto sulla morale.
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Il neonato sogna. Cosa, se non ha ricordi di vissuto? Sogna l’assoluto. E’ sogno spirituale? E’ probabile che a stimolarlo siano ormoni. Ma questi sono solo forma della sostanza. Anche l’animale neonato sogna. Poi, non andrà oltre l’istinto. Solo l’uomo ha nel suo essere la trinità di corpo, mente e spirito, sintesi di misurabile ed incommensurabile, di causa e di fine. Alterazioni di strutture corporee misurabili, quali il sistema immunitario, possono essere causate da stimoli mentali. Emozioni e sensazioni, condizionate da ormoni, sono il confine tra mente e corpo. Un confondersi di piani non definiti, né denifinibili. Se per la mente si può trovare una sede strutturale nelle funzioni cerebrali ed una indiretta possibilità di misura nell’opera d’arte e del pensiero, lo spirito, invece, si può solo intuire. E’ l’al di fuori di noi, che è in noi. E’ l’eterno che si manifesta.
Mondo sdivinizzato , è sinonimo di io pensante che si sostituisce a Dio, come fondamento di tutte le cose. Si sta, “pro-fanando”, cioè “portando fuori dal tempio”. E’ la nuova idolatria. L’uomo, eliminate le proprie componenti incommen-surabili, si evidenzia nel solo visibile.
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Scienza ed arte hanno in comune un aspetto ludico, che si fonda su regole, tanto più severe quanto più il gioco è tale. Quelle severissime della scienza, misura e riproducibilità di un fatto, prescindono dalla singolarità. Come se in una galleria si vedessero quadri caratterizzati solo dal comune materico di cornici e colori. I soggetti? Ognuno è diverso, come gli artisti che caratterizzano l’opera, con la loro unicità. L’opera d’arte, è scarto, rispetto alla norma. Galleria come corsia. Uomo come opera d’arte. Quadri come individui. La galleria è contenitore di una “massa” di pittura, ma è il “singolo quadro“ che fa l’opera d’arte. L’arte non ha regole rigide. E’ evento.
Lo scienziato, nella scoperta, è preso dallo stupore del bambino. Come l’artista, che quando crea, lascia libero il fanciullino che ha in sé, partecipando ad altri la propria meraviglia interiore. Scienziato ed artista poi si diversificano. Le regole severe della scienza, che portano alle scoperte, hanno bisogno di una definizione. Una tela, come la pagina bianca di Mallarmè, è l’indefinito, il tutto possibile. L’arte è creazione, non scoperta. La scienza legge la Natura, l’arte, la mente e lo spirito. La gravità è descrizione del già esistente. Nel tangibile marmo, la mente di Michelangelo già vede il David. Ars viene da agere, fare con le mani. Uso del corpo, stimolato da mente e spirito. Ars medica è rapporto cum-prensione, de “l’altro” od almeno tentativo.
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Anima, animus come disposizione ad agire, quindi coraggio, spiritus da spirare e mens, che indica l’attività conoscitiva dell’animo. L’anima, se considerata inseparabile dal corpo, con esso confusa ed identificata, genera dubbi sulla propria immortalità. Solo con l’orfismo, l’anima, come struttura superiore, si separa dal corpo. Per Socrate si identifica con l’io-morale, assumendo in Platone, “una prospettiva finalizzata e designata come luogo di scoperta e manifestazione dell’assoluto, principio ideale, immutabile, eterno e trascendente, ma nello stesso tempo elemento mediatore tra realtà e corporea e dimensione spirituale. [...] Tutte le esperienze che vive l’uomo su questa terra non fanno che confermare la priorità e la trascendenza di un vero non solo “anteriore” (come la chiamerà Charles Baudelaire ne La vie antérieure), ma intimamente essenziale e certo più significativo di qualsiasi oggetto di conoscenza attingibile attraverso i sensi” . Così, l’anima vive la nostalgia del Paradiso perduto. Plotino accentua la componente mistica, considerando l’anima connessione con l’Uno. L’έχστασις è uscita dell’io da se stesso per congiungersi all’Uno. Per il cristianesimo, l’anima ha individualità personale originaria, che deriva dall’atto della sua Creazione. Distinta dal corpo è collegata al piano divino.
La scienza non crede a ciò che sfugge alla misura. Quello che non è relegabile a numero non esiste. “Il mistero dell’uomo è, a mio parere, incredibilmente svilito dal riduzionismo scientifico, con la sua pretesa di un materialismo emergente, per spiegare eventualmente il mondo spirituale in termini di modelli di attività neuronale. Questa convinzione deve essere classificata come una superstizione ”
Cogito ergo sum, “[…] questa proposizione, io sono, io esisto, è necessariamente vera tutte le volte che la pronuncio o che la concepisco nel mio spirito” . In questa frase è descritto il rapporto tra cervello e mente. Per Cartesio “spirito” è la mente. Non è il livello superiore, che tuttavia non nega. Nei Preamboli, “il timore di Dio è il principio della saggezza” . Cartesio nel Discorso sul metodo, sviluppo di un sistema che non presuppone nulla che non sia di per sé evidente. Considera mente, Dio e materia, come idee innate, non desunte dall’esperienza sensoriale del mondo. La psicanalisi, infine, laicizza l’uomo, riducendo il suo aspetto trino ad un mondo chiuso nell’uomo stesso, io, super io, es. La psiche si relaziona all’io pensante, che ha in sé, la sede dell’inconscio. Per Jung, l’anima, principio femminile recettivo, si contrappone all’animus principio maschile attivo, è la dimensione archetipa del sentire umano, l’inconscio collettivo.
La scienza che possediamo è la migliore che potremo avere. Sappiamo di più, per fortuna, non sapremo mai tutto. La Verità, non coincide con quella relativa della scienza. E.H. Du Boys- Reymond, esprime l’importanza dell’Igronabimus nella conferenza, I limiti della conoscenza della Natura. Doversi inchinare per capire. “Viviamo in un mondo di processi instabili” . Complesso della scienza medica constatazione della propria inefficacia, momento di caduta di presunzione della nuova religione, è la morte. L’uomo, ridotto a corpo, vive in un mondo finito, che non ha speranza dell’eternità. “La morte non è un esperimento, non c’è nulla da riferire” .
L’uomo, ha paura della propria deperibilità. Per questo, nei paesi più consumistici, dove maggiore è la sensazione di perdita del materico, si accendono le luci artificiali dei supermercati per 24 ore, cercando di esorcizzare il buio, che riporta all’assoluto della fine? La vita diventa, così, l’insieme delle funzioni che resistono alla morte. E’ propria dell’uomo, la presunzione e la non accettazione di essere stato creato. Da Adamo a Prometeo, fino alla clonazione, ultimo tentativo di immortalità.
L’uomo moderno, sentendosi Dio od almeno il suo analogo, tanto più scopre, tanto più sembra come Icaro, volare senza ascoltare i consigli del padre, verso un cielo troppo alto per lui,. Per questo nella morte vede solo la fine. Accettare un livello spirituale sarebbe ammettere Dio. La scienza non potendo ridurre Dio a misura, lo nega.
La scienza medica spiega. Questo è il suo compito. Spiegare un fenomeno, non equivale a comprenderlo. E’ la stessa differenza che c’è tra ragione ed intelletto. Spiegare una malattia non equivale a comprendere un malato. C’è una possibilità di miglioramento? Rivisitare la singolarità dell’uomo nella sua triplice essenza di corpo, mente, spirito. La scommessa della medicina del futuro, scienza medica e medicina scientifica ricomposte in ars medica, sarà la conoscenza individuale. Capire, individualizza la spiegazione. Come riferisce H.G. Gadamer , Kultur, valori spirituali ed umanistici, non è sinonimo di Zivilization, valori materiali.
Davanti al malato il medico si può comportare da viaggiatore o da turista. Sperdersi nel dove, cercare di capire oltre il visibile, ascoltare il non detto. Oppure limitarsi a guardare e fotografare un corpo che riferisce un sintomo. Entrambe le tipologie di medico hanno dinnanzi un individuo, cioè la complessità di misurabile ed incommensurabile. Il turista, si limita ad un esame di Zivilization, il viaggiatore, a questo aggiunge la Kultur. L’uomo trino viene diviso dal turista, che anzi, esclude mente e spirito, ritenendoli incommensurabili. Rimane un corpo senza vis. La mente diventa sinonimo di cervello. Tutto si riduce a recettori ed ormoni. Confusi dal rumore dell’esterno non si ascolta il silenzio dello spirito. Lo spirito, anzi, non c’è. Al più si confonde con la psiche e si materializza, fino a farla morire con il corpo, come afferma G.M. Edelman, “non c’è anima senza corpo” . Questa frase d’effetto, sottintende, come con la morte del corpo anche l’anima finisca. R. Musil ne L’uomo senza qualità, descrive Ulrich che cerca il peso dell’anima. E’, almeno, un materialismo affermativo, un’indiretta conferma dello spirito, anche se ridotto a possibile valore giustificabile.
K. Godel, scrive il 20 marzo 1970 ad A. Robinson, colpito da malattia terminale, “come sa, io ho opinioni non ortodosse su molti argomenti. Due di essi, sono pertinenti alla sua situazione attuale: 1. Non credo che alcuna diagnosi medica sia certa al cento per cento; 2. L’affermazione che il nostro ego consista di molecole di proteine, mi sembra una delle più ridicole mai sentite. Spero che lei condivida almeno la mia seconda opinione” . Inoltre Godel risponde ad R. Carnap, che gli ricorda come l’idea di Dio risalga alle esperienze ed alle immagini infantili, “Questo non lo credo” .
Corpo, mente, spirito, versus epistemologia, estetica ed etica. Per la scienza solo il corpo ha dignità di misura, il resto è … metafisica! La complessità dell’uomo, invece, potrebbe collocare in un asse cartesiano con l’orizzontalità di conoscenze trasversali e la verticale di una diagnosi individuale. Non si può studiare una patologia, escludendo l’individuo dove si manifesta.
Uno diviso in tre? Dividere è considerare, come parti diverse e separate, i piani indivisibili, tra loro interagenti, che fanno la persona. Corpo come ”ente”? Mente e spirito sono “essere”? Il corpo, oltre ad esprimersi con la fonetica, usa nella malattia, il linguaggio del non detto, espressione della mente, livello intermedio, tra corpo e spirito. Se la mente è indirettamente quantizzabile attraverso le sue manifestazioni visibili, più complesso è dire lo spirito, che trasporta verso un piano più elevato ed indefinito. Il bene ed il male, la possibilità di determinarsi, la libertà dell’uomo. La mente potrebbe creare senza lo spirito? L’arte è la fisicità dello spirito, che tramite la mente, si manifesta nel corpo, il manovale che vede, tocca e sente?
Ogni livello della triade uomo si può ammalare.
Pascal, nella lettera al signor Périer affronta il problema del credente davanti alla malattia. Evidenzia quanto, mente e spirito, siano uniti dal dolore del corpo ed in grado di poterlo aiutare. “Noi dobbiamo cercare consolazione ai nostri mali non negli uomini, non in tutto ciò che è creato, ma in Dio. E la ragione è che nessuna creatura è causa prima di quegli accidenti che chiamiamo mali, ma che avendone la Provvidenza divina l’unica e vera causa, arbitro e sovrano, è indubitabile, che si deve ricorrere direttamente all’origine per trovare un solido sollievo”.
Più si ascende ai livelli incommensurabili, tanto più la malattia si fa grave, perché più rarefatta. Fino alla “morte dell’anima”, nel senso del completo annichilimento delle facoltà e della volontà che la sorregge, con coinvolgimento di legami e contenuto religioso. Il male dello spirito è perdita della felicità, sensazione di dolore indescrivibile. Come gioia infinita è il suo ritrovamento. E’ la Maddalena con la remissione dei peccati e la certezza di una Fede. Il libero spirito, guarito, ritrovata la salute nella terapia della Fede, porta alla rimozione di ogni sostanzialità. Il pensiero dell’oltre, il distacco che è giunto alla meta. E’ il “diventare Dio”. “Diventare” per grazia, ciò che Dio è per natura, come dice Eckhart . Si diventa Dio nel completo annichilimento di contenuti e volontà, quando ci si apre all’influsso divino, lasciando agire Dio, “scoprendosi un unico uno” .
Il medico, perché cura l’uomo, dovrebbe essere terapeuta del suo essere trino. Le cure sono tanto più difficili quanto più si allontanano dalla misura, superando il tangibile, per spingersi verso l’essenza del non detto, fino all’indicibile, esprimibile solo con la melodia interiore che è in ognuno di noi. Agostino dice, che ragione del dialogo è la verità e ragione della verità e l’amore. L’uomo trinitario, che dialoga prima con se stesso, per poter dialogare con l”altro”, trova nell’equilibrio di corpo, mente, spirito, la salute totale, quella che riguarda il tutto di sé. Imitazione umana del dialogo trinitario, causa ed effetto dell’amore costante di Dio.
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W. Benjamin, pensa di inserire l’Angelus novus di Paul Klee nel frontespizio di una rivista. Sta lavorando a Vecchi libri per l’infanzia. L’angelo è sogno e mente spirituale, “Compito dell’infanzia: inserire il mondo nuovo nello spazio simbolico. Nel bambino è infatti possibile qualcosa di cui l’adulto è del tutto incapace: ricordare il nuovo” . Che domande si pone il bambino? Quelle totali, che non hanno risposta, le stesse del filosofo, Dio, eternità, morte, io. Quelle che la scienza volutamente esclude, perchè metafisiche, non misurabili e quindi contrarie alle regole stabilite da se stessa. Certo, se si vede l’uomo come freddo laboratorio, il comportamento come movimento di ormoni, la mente tradotta in psichismo e recettori, si ha solo un concetto meccanicistico della vita. Sono certi ormoni a produrre il sentimento dell’amore oppure questi sono solo spia materiale di un già avvenuto? La gioia di esistere è sensazione interna che fa superare la malattia misurabile. La felicità, è ritornare fanciulli? Si muore, quando scompare il bambino che è in noi, quando finisce l’aspetto ludico della vita, del sogno, quando non si possono più vedere gli angeli anche se ne resta l’esigenza? Infatti, perchè si ricorre alla materialità delle droghe, cercando di raggiungere un’incoerente fuga della mente, un’effimera e temporanea felicità, se non se ne sentisse l’esigenza?
Il bambino ha Fede assoluta, perché percepisce l’assoluto. Poi lentamente subentra la ragione, che porta l’uomo alla tracotanza ed alla presunzione di annullare il divino. Razionale ed irrazionale si separano. Il mondo diventa antropocentrico. Fede e ragione, aspetti diversi dell’essere uomo, sono dicotomia solo per chi vuole escludere ciò che non può razionalizzare. Le risposte alle domande si fanno semplici se si ricompone l’uomo trino. La ragione, in quanto tale, comprende che c’è altro al di là di se stessa.
“A lungo tenni, stretto a me il mio Angelo
e lui infine s’intristì fra le mie braccia
divenne piccolo, ed io grande
finchè fui io la compassione,
e lui soltanto una preghiera tremante
Solo allora gli ridiedi i suoi cieli.
Svanendo, mi lasciò le cose sue più intime,
lui apprese il volo, io imparai la vita
e lentamente l’un l’altro ci riconoscemmo”
Il problema della medicina scientifica consiste nell’essersi identificata con la scienza medica. La razionalizzazione ha prodotto la perdita d’intenzione di conoscere l”altro” nella sua totalità. Restare in una stanza senza voler sapere di tutta la casa. Non volersi contaminare con l”altro” da sé. L’accettazione di mente e spirito sono aumento di responsabilità nei confronti di un corpo, visto solo come un estraneo.
S. Hahnemann, sperimentando su se stesso le sostanze da prescrivere al malato, oltre all’atto scientifico, mostra rispetto per l’altro. L’autosperimentazione non è una novità, ma è merito di Hahnemann trasformarla da singolo evento, a metodo di cura e di conoscenza dell”altro” nella sua totalità trina. La grande innovazione dell’omeopatia è l’individualizzazione del malato. Lo studio della sua totale singolarità.
“Quando ci ammaliamo vediamo somministrati molti farmaci, che sappiamo addolcire anche la nostra psiche (…) non sono rari i casi in cui, nelle malattie che chiamansi fisiche e che minacciavano la morte […], il sintomo delle spirito ponendosi improvvisamente ad accrescere le fa degenerare […]. Il male degli organi corporei, che sono grossolani in natura, viene comunicato alle facoltà dell’anima, che per la loro spiritualità, non possono essere, né saranno analizzate mai, da nessun anatomico” . E’ riunire il misurabile “male degli organi” all’incommensurabile “facoltà dell’anima”, restituendo a chi soffre, la dignità di persona.
Il rispetto per la sacralità del corpo deve nascere dall’accettazione della sua funzione di contenitore dello spirito, di tabernacolo. Il corpo è allora visto come esperienza fisica dei due livelli, immateriali che portano l’uomo in un dialogo universale che si confonde con la Creazione. Chi sono, chi sei, chi siamo? Il tentativo di conoscersi, il desiderio di sapere de l”altro” più prossimo e dell”altro” in genere, è caritas. La malattia è diventata espressione totale dell’essere.