Prof. Jacques Pain: Alunni tiranni? Professori tiranizzati?


Alunni tiranni? Professori tiranizzati?

Le patologie domestiche perverse fanno scuola


Prof. Jacques Pain



L’autore presenta la pedagogia istituzionale attraverso esempi delle scuole parigine in città e nella banlieue. Parte dalla definizione di pedagogia istituzionale per analizzare la situazione di una società violenta che si manifesta e si costruisce a scuola in una logica di terzo escluso.


La pedagogia e la psicoterapia istituzionale hanno l’obiettivo di fare delle nostre istituzioni dei luoghi di vita. Ognuna di queste istituzioni possiede tuttavia una propria peculiarità: educare, insegnare, formare, produrre, servire pur rimanendo nel contesto reale ordinario di chi ci lavora e di chi ne usufruisce.

Figli -genitori, genitori-figli, alunni-professori, professori-alunni. La relazione a due è sempre un problema, un pericolo. Funziona solo per lei stessa o attraverso se stessa. È una relazione chiusa: positiva quando si offre con tutto il suo splendore e la sua grandezza nell’amore, nel transfert allo stato puro in cui da il meglio di sé stessa. Ma allo stesso modo può degenerarsi e trasformarsi divenendo un confronto violento e mimetico, il cerchio di specchi multipli che sempre proietta non soltanto il conflitto ma anche la violenza. Pensiamo a quel frammento di Anaximandre che evoca ciò che chiama la tisis. La tisis è quella coppia difficile, paradossale o semplicemente contraddittoria che lega con la vita e la morte i giovani con i “vecchi” e i vecchi con i giovani. Essi crescono e maturano nell’invecchiamento degli altri. Insomma, la morte dei più vecchi è il frutto di questa relazione, di questo patto implicito che si stabilisce tra generazioni. L’uno spinge l’altro verso la tomba. Ed è ciò che permette di dare, secondo Anaximandre, un senso alla vita. E possibile vedere che se rimaniamo fissati su questo patto implicito, su questa relazione violenta – del destino -, se non controlliamo completamente i nostri affetti, possiamo cadere in relazioni “malate”.

La relazione a due è infatti una relazione di ping pong, per giocare con un titolo di Ionesco, e questo ping pong mimetico violento è fonte di vittimizzazione, ricerca la vittimizzazione. E dal ping pong si può andare fino al bullismo, al bullismo perverso. Ciò che apprendiamo nella pratica dell’istituzione, è che non esiste relazione protettiva, difensiva, e/o perversa che non si costruisca in una situazione sovra-determinata da un contesto. È come un gioco di scatole, le relazioni all’interno della famiglia o nelle istituzioni, a scuola soprattutto, sono incastonate in situazioni costruite e prendono senso dalla contestualizzazione, di un contesto che pur essendo invisibile all’occhio, ha una presenza cosciente ed inconscia per i protagonisti di queste situazioni.

Il contesto della relazione « professore-alunni », comunemente chiamato pedagogico, si sviluppa in tre dimensioni. I valori condivisi (e non condivisi), della famiglia, della scuola e della società, la pratica del gruppo-classe, la sintesi di attitudini personali si articolano in una ricerca di esperienze. Sovrastimare uno di questi aspetti a beneficio degli altri porta ad una visione squilibrata dell’attività e della relazione pedagogica. Vediamo a che punto come la relazione diventa sempre più complessa e può sfociare ad ogni momento in un confronto face-to-face. Inoltre la situazione scolastica s’inserisce strutturalmente in un triangolo simbolico, in cui ritroviamo la dinamica: “insegnare – apprendere – formare” e il suo oggetto centrale: il sapere. Il professore “forma” l’alunno (1° processo) “insegnandogli » dei saperi «(2° processo) all’alunno che “apprende” dei saperi (3° processo). Il sapere non è però trascendente ma deve rimanere terzo e tutto lo sforzo dell’insegnamento e dell’insegnante ha come obiettivo di farlo emergere come un terzo costruito.

Rammentiamo un professore di un liceo professionale che incuriosito da due dei suoi alunni in cui uno manipolava l’altro, scatenando delle attitudini difficili, di opposizione, portandolo ai passaggi all’atto o al rifiuto di studiare ma senza mai esporsi. Queste coppie si iscrivono in una complementarietà negativa di un’istituzione vissuta e percepita come onnipotente. Sono delle coppie perverse che lavorano sull’immaginario dell’istituzione. Pensiamo al rifiuto scolastico e all’insuccesso volontario a scuola.

In questi ultimi trenta anni, ci siamo trovati in una fase di crisi esterna ed interna, siamo stati confrontati ad una decostruzione societale che tocca tutti i campi. Si è parlato di dematrimonio, di desocializzazione, di deparentalizzazione. Si potrebbe parlare di destrutturazione (del mondo del lavoro); la violenza dell’avvenire incoraggia il giovane nella “dementalizzazione”.

Senza parlare della dematerializzazione dei rapporti sociali, della deregolazione delle norme, questo insieme di “de” restrittivi servono per descrivere un’atmosfera societale. È una fragilizzazione di crisi perenne che marca la nostra epoca.

Qualche giorno fa, mi trovavo in un altro istituto professionale parigino abbastanza curato ma sempre pronto ad infiammarsi. Ci sono dei bambini, degli adolescenti che hanno già vissuto il peggio. Abbiamo parlato per qualche tempo con un grande che finiva i suoi studi. Suo padre vive in un foyer e lui dorme nel secondo letto della camera in cui dorme suo padre quando il suo compagno di notte è assente. Se non questo giovane dorme nella macchina di suo padre. Pensiamo ad un altro di questi giovani, di quindici anni, che va da sua madre quando non è ne può fare a meno, se non dorme per strada. È già inserito nel contesto delinquenziale, è rispettato nei vari quartieri ed è percepito dagli adulti come un essere pericoloso. Eppure ha 15 anni ma è da 7 anni che ognuno di loro, soprattutto a scuola, si vedono costruire lentamente la propria personalità. Come se fosse un film. Sa al momento giusto come deridere un professore, cioè ridere, sorridere, prenderlo in giro, scatenare delle resistenze di gruppo che pochi sanno combattere. Colui che mi disprezza je le casse (io lo spezzo). A scuola mi disprezzano.

La società è un gruppo di clan e di individui totalmente scoppiati, frammentati, in cui queste monadi vanno e vengono. Questi stessi alunni che pongono problema e che sono spesso l’oggetto di consigli disciplinari possono aggirarsi nei dintorni dello stabilimento scolastico, o entrare nella scuola se li si tollera anche se non vanno più a scuola o che fanno di tutto per non andarci ci rimangono, si stabilizzano in un luogo dello stabilimento visto che in fine dei conti è ciò che li rimane di questa istituzione perduta che fa del sociale anche se non vorrebbe. Le due problematiche che angosciano questi alunni sono quella della motivazione e quella della scelta.

Una ecocultura del perverso polimorfo freudiano si costruisce sotto i nostri occhi. Ci può portare direttamente verso un mondo senza istituzioni, un mondo di diniego, di sfida, di delitto, di delocation in cui fioriscono i pourissons[1]. L’umanità è a pena cominciata.

Riprendendo il titolo metaforico di un nostro amico : 1+1 = 3 insistiamo sulla questione che si pone attraverso la logica occidentale, logica del terzo escluso.

Una classe di un liceo superiore nella periferia sud di Parigi ha richiesto un particolare intervento con insegnanti volontari per due classi in piena destrutturazione. La situazione, dopo essersi lentamente degradata, era sfociata in reazioni quasi scatologiche e regressive nella classe che esauriva letteralmente parlando e inorridiva una parte degli insegnanti ma soprattutto le professoresse che erano i bersagli diretti di questo atteggiamento. Schiamazzi, allusioni sessuali, disegni osceni, foto affisse, prese in giro che gli alunni esprimevano. Il migliore alunno aveva di fallire i suo lavoro scolastico.

Abbiamo potuto osservare una relazione impossibile tra ragazzi e ragazze incapaci di stabilire una legame sessuale. Le ragazze, particolarmente chiuse ed aggressive di fronte a ragazzi anche essi chiusi e vendicativi costituivano una coppia quasi incosciente ma estremamente violenta di rifiuto d’identificazione identitaria reciproca, di rifiuto di cooperazione e di rifiuto di legame sociale. col tempo ciò aveva portato alla perdita delle performance delle classi. Siamo riusciti a risollevare la situazione rimettendo l’istituzione. L’analisi fu appassionante ma dura. Una giornata a porte chiuse fu necessaria per ritornare alla realtà e al terzo scolastico.

La scuola e le istituzioni francesi in crisi devono pensare socialmente l’etica del loro lavoro e la propria qualità di vita. Poiché curare la sua psiche e il suo pensiero significa curare anche il suo quotidiano.



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[1] Pourisson: neologismo che è l’associazione di pourrir (marcire) e nourisson (latante). I pourisson sono quei lattanti rimasti perversi polimorfi che si costituiscono una carriera di pourrissons. Faranno degli studi o sfrutteranno la società: senza domicilio fisso o quadri superiori.


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